lunedì 19 febbraio 2018

LA MACCHINA DI LIVELLAMENTO CHE DOMINA SOVRANA SUL CONFORMISMO DELL'UOMO MEDIO (IL TESTAMENTO MORALE DI BASSO)


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1. La campagna elettorale langue nei suoi (in apparenza) indecifrabili sommovimenti, tutti e solo giustificabili dalla legge elettorale (l'elissi a difesa del sistema) che è stata curiosamente prescelta dalle forze politiche: incautamente forse per loro stesse - imbarcatesi in calcoli lambiccati che sono andati presto, e prevedibilmente...fuori controllo...o forse invece no -, ma senza dubbio gradita a...Citigroup (con annessa prorogatio invertita).
Ed in fondo, più si avvicinano le elezioni, più appare compiersi l'implicita accettazione, ovvero, più precisamente, la preventiva assuefazione, a tale prospettiva ("Citigroup"), da parte di un elettorato depoliticizzato in quanto raffinatamente condizionato ad assumere maggioritarie "reazioni favorevoli al sistema": in modo, come vedremo, per lo più inconsapevole. 

1.1. Ci rifacciamo perciò al tema interconnesso che si riallaccia al problema del controllo mediatico (perfezionato quasi militarmente con la campagna sulle c.d. fakenews), dello svuotamento del suffragio universale e della conseguente rassegnazione al ruolo del parlamento come mera "stanza di registrazione" della volontà dominante ed extraistituzionale dei mercati: un parlamento come "macchina di livellamento degli uomini al denominatore comune di ‘uomo medio'".
I temi finora accennati si compongono di una serie di preziosi contributi di Francesco che risalgono al maggio del 2017 e che costituiscono una piccola "summa" della parte più acuta e profetica del pensiero di Lelio Basso.
Le dinamiche in atto confermano in pieno lo schema involutivo già allora preannunziato; un'involuzione, d'altra parte, è la conseguenza dell'azione concertata di poderose forze che Basso denunzia, quasi come in un testamento morale, a partire dal 1962 con un culmine finale del 1979. 

… uno dei più gravi aspetti negativi del neocapitalismo, su cui i suoi apologeti ‘democratici’ e ‘progressisti’ hanno tendenza a scivolare: la sua spinta di fondo antidemocratica, una spinta che appare coessenziale al sistema e pertanto non superabile nel quadro del sistema stesso.
Essa non si manifesta più nelle forme brutali del fascismo ma, come abbiamo detto, in modo più raffinato, nella completa depoliticizzazione delle masse, nella conformistizzazione della pubblica opinione, nel condizionamento di tutte le reazioni in senso favorevole al sistema…".
 
3. E ciò conduce ad un  forzoso accordo tacito, anzi inconsapevole, tra i componenti della non elites, del tipo di quello segnalato da Rodrik, con l'effetto, non paradossale, della:
"accettazione della società esistente con la sua organizzazione fortemente gerarchizzata e con le sue chiusure sociali; una élite del potere ristretta e padrona non solo della potenza economica e politica ma dei mezzi di condizionamento della pubblica opinione e della violentazione delle coscienze; in ultima analisi la depoliticizzazione totale e lo svuotamento della vita democratica.
La depoliticizzazione non è solo un fatto pratico ma è teorizzata: Daniel Bell in "The End of Ideology" spiega agli americani che le idee politiche non hanno più nessuna funzione nella vita moderna; si tratta solo di far funzionare il sistema e questo è un fatto tecnico, da risolversi caso per caso, senza bisogno di idee generali, ma secondo criteri di efficienza che sono gli stessi di cui dà prova il big business o di cui deve dar prova l’amministrazione militare per assicurare un’efficace difesa.

Ciò porta, come abbiamo altra volta osservato, all’annullamento della funzione dei partiti, almeno nel senso tradizionale: ESSI NON SI CONTRAPPONGONO PIÙ GLI UNI AGLI ALTRI COME PORTATORI DI IDEOLOGIE E DI SCELTE POLITICHE ALTERNATIVE, BENSÌ COME STRUMENTI PIÙ O MENO VALIDI, PIÙ O MENO EFFICIENTI PER IL MIGLIOR FUNZIONAMENTO DEL SISTEMA STESSO
Il cittadino non ha più possibilità reale di influire sulla cosa pubblica ma diventa un semplice ingranaggio della routine, e il potere si consolida sempre più totalitariamente nelle mani della chiusa oligarchia che lo detiene.
Il sistema parlamentare è sostanzialmente ridotto oggi ad una macchina per il livellamento degli uomini al denominatore comune di ‘uomo medio’, sul cui orientamento, condizionato e dominato dall’alto, tendono a poco a poco ad allinearsi tutti i partiti
In ultima analisi, come in sede economica la libera concorrenza porta in sé i germi del proprio superamento e della tendenza al monopolio o all’oligopolio, così in sede politica la democrazia parlamentare di tipo occidentale porta in sé i germi della propria distruzione come democrazia e della tendenza all’oligarchia, un’oligarchia che domina sovrana sul conformismo dell’uomo medio…[L. BASSO, Democrazia e nuovo capitalismo, in Problemi del socialismo, febbraio 1962, n. 2, 1-6].

3.1. In effetti, “… la struttura classista della società contemporanea è in grado di annullare di fatto molte delle “conquiste democratiche” del passato, a cominciare dalla principale conquista, quella del suffragio universale - che perde parte del suo valore effettivo a misura che il parlamento perde parte del suo potere a beneficio di altri centri decisionali extra-istituzionali” [L. BASSO, Le forze spontanee incalzino i partiti a prender coscienza del “nuovo” dalle masse, in Questitalia, gennaio-febbraio 1969, n. 130/131, 31-35]. (segue)

4. Sempre Lelio Basso, sulla potenza delle elites padrone dei mezzi di condizionamento della pubblica opinione e della violentazione delle coscienze illustra molto bene il come e, soprattutto, la ragion d'essere delle Fake News, individuando nelle stesse elites le principali "produttrici" delle stesse, per un ovvio interesse che è una metodologia di controllo dello stesso suffragio universale:
"Ne emerge il progetto di quello che Basso definiva “imperialismo culturale, cioè quell’oppressione che:
s'insinua per le vie sotterranee del subcosciente e modifica lentamente, quasi inavvertitamente, la coscienza del popolo o dell'uomo che ne è vittima
L’imperialismo economico, cioè il dominio sul mercato mondiale, che è oggi indispensabile alla sopravvivenza del capitalismo, non potrebbe a sua volta sopravvivere se non fosse accompagnato da un dominio CULTURALE E SCIENTIFICO
Qui entra in gioco uno degli apparati più formidabili dell'imperialismo: il controllo dei circuiti d'informazioneNon si tratta solo dell'informazione giornalistica: i messaggi che arrivano attraverso tutti i mass media costituiscono una pressione massiccia che soffoca ogni giorno di più l'autonomia degli uomini.
Gli eroi dei fumetti o della televisione, gli slogan ripetuti, le immagini quotidianamente ricorrenti, la pubblicità aperta o nascosta nelle pieghe dell'informazione, PONGONO DA OGNI PARTE L'ASSEDIO ALLA COSCIENZA DEGLI UOMINI
Marx ha insegnato, l'ideologia, che nasce come giustificazione di un sistema di dominazione, FA VEDERE AI POPOLI DOMINATI UN MONDO ROVESCIATO, un mondo in cui essi ribadiscono le proprie catene con l'illusione di affrancarsene…” [L. BASSO, Introduzione a L’imperialismo culturale, Milano, Franco Angeli, 1979, 9-17].

5. L'effetto di questo sistema di controllo, di questo "assedio alla coscienza degli uomini" al fine di "far vedere ai popoli un mondo rovesciato", non solo "beneficia centri di potere extraistituzionali", ma ha un effetto che spiega anche perché, chi le produce per sua funzione e metodologia, tenda a qualificare come Fake News tutto ciò che possa comunque scuotere da "sfiducia, disgusto, e apatia" ogni "vitalità della coscienza democratica"

E così, di pari passo con l’appiattimento indifferenziato e compatto dell’oligarchia partitica sulle istanze del governo sovranazionale dei M€RCATI, procede senza sosta lo svuotamento:
… di ogni vitalità [di] coscienza democratica del paese, per seminare a piene mani quella sfiducia, disgusto e apatia, che rendono ad un certo momento possibili i discorsi qualunquisti…” [L. BASSO, Dialogo fra generazioni di italiani nell’inchiesta sugli anni difficili, ne Il Paradosso, aprile-giugno 1960, n. 22, 38].
In una tale situazione, è quasi automatico che ad un certo punto siano gli stessi oppressi, spogliati della coscienza, ad invocare o assecondare la richiesta di un’abolizione del suffragio universale, a conti fatti ormai simbolo di una democrazia meramente procedurale e tecnocratica. Ci prenderanno per stanchezza. 

5.1. Quel che è certo, come affermava Basso, è che “… Per ora possiamo solo prendere atto di una cosa: la democrazia occidentale ha cessato di essere un modello…” [L. BASSO, Il Parlamento come pura facciata?, Il Messaggero, 12 luglio 1977].
Di fronte ad una tale desolazione, del tutto chiara a Basso sin dagli anni ’50, lo stesso affermava:
Quali sono le forze che, nella situazione di oggi, possono arrestare questa corsa al regime?
Quali sono i contropoteri efficaci che possono ristabilire l’impero della democrazia e della legge in un mondo dove l’arbitrio dell’oligarchia dominante si sostituisce sempre più alla legalità, dove il libito e non il lecito diventa sempre più la norma dell’agire?
… Come in tutti i casi in cui un ordinamento democratico cessa di funzionare o è paralizzato o non esiste affatto, IL VERO CONTROPOTERE DIVENTA DIRETTAMENTE IL POPOLO, con la sua presenza attiva e con il suo peso nelle lotte politiche.
Una coscienza popolare vigile e robusta, matura e impegnata, ha ancora a disposizione, pur nell’attuale situazione e prima che sia troppo tardi, strumenti pacifici per sbarrare la strada del regime e creare un’alternativa democratica, ma questa coscienza popolare rischia anche essa di addormentarsi.
L’addormentamento delle coscienze in un sonno conformista e qualunquista è una delle componenti necessarie della marcia al regime e i nostri avversari lo sanno e non trascurano di mettere in azione tutti i mezzi, dalla stampa alla radio, dalla clericalizzazione alla corruzione, per giungere a questo risultato.
E noi sappiamo tutti per esperienza che, se il qualunquismo dilaga, la strada è aperta alle dittature totalitarie.
In un paese come l’Italia, dove le masse sono sempre state al margine della vita politica e sociale, l’edificazione della democrazia, prima che un problema di leggi o di soluzioni parlamentari, è un problema di masse, di partecipazione, di lotte, di iniziative, di maturazione democratica, di coscienza civile…”. [L. BASSO, Verso il regime? in Problemi del socialismo, febbraio 1959, n. 2, 83-98].

sabato 17 febbraio 2018

L'ANTIFASCISMO XENOFILO: "DIALETTICA" LIBERALE ANTIPOPULISTA (SEDARE LA LOTTA DI CLASSE)

Trappola d'affari concetto di business con un funambolo che cammina su un filo che porta a una gigantesca ragnatela come una metafora per le avversità e l'inganno di essere attirato in un agguato finanziario o reclutare nuovi candidati di carriera

I. Della questione si può discutere all'infinito.
Ponendo la questione sul piano delle ideologie storiche, poiché questo è il senso comune diffuso che ne definisce i termini, si può trovare una serie pressocché indefinita di opinioni basate su ricostruzioni selettive dei fatti; una selezione guidata appunto dal "senso comune" di chi compie la ricostruzione e che, talora, si sedimenta come "auctoritas", cioè come descrizione prevalentemente accettata (...dal senso comune, nell'orizzonte transitorio di un certo periodo storico). 
La parzialità selettiva dei fatti è propria delle ricostruzioni "storiche", o ancor più, "storico-filosofiche"; e gli storici, i filosofi - e, immancabilmente, i "politologi" che schematizzano le elaborazioni dei primi per costruire una meta-ricostruzione sistematicamente avulsa dalla conoscenza effettiva di diritto ed economia - giustificano questa selettività con l'apriori del...comune sentire di cui si sentono (spesso inconsciamente) esponenziali.

II. Ciò, appunto, in una sorta di giro euristico, o uroboro, in qualità di appartenenti all'epoca in cui vivono (e si guadagnano da vivere; e dunque, per lo più, senza enunciare la premessa non secondaria che la "cultura", in un regime capitalistico, intanto dà da vivere in quanto "offra" un prodotto gradito al mercato; che, a sua volta, non è un luogo astratto e impersonale ma il conglomerato delle forze capitalistiche dominanti, storicamente individuabili in una sempre più ristretta cerchia di persone). 
Questa appartenenza (a) e questa esponenzialità del "senso comune" epocale, induce queste classi di operatori culturali a considerare, o ri-considerare (rispetto a un momento "0" precedente), le priorità (valoriali ed ermenutiche) nel selezionare i fatti basandosi sull'idea, spesso solo implicitamente ma saldamente accettata, che il passare del tempo, cioè il fluire della Storia, sia un percorso unidirezionale verso un (indefinito) progresso.

III. Parliamo, naturalmente del fascismo, e dei suoi "automatici" corollari semantici (negli slogan mediatizzati dominanti) e sintattici (nei ragionamenti che, sempre in modo per lo più inconscio, vengono sistematizzati sulla base di questi slogan, una volta espansi e resi presentabili "intellettualmente", secondo varie tecniche di linguaggio e di comunicazione).
Per quanto emerge dal lungo lavoro di elaborazione compiuto su questo blog, in base all'utilizzo coordinato di discipline quali il diritto e l'economia, - naturalmente in prospettiva storica ma, prima ancora, fenomenologica-, il fascismo è tale se e in quanto definisca un fatto istituzionale (ovviamente sovrastrutturato con una forte ideologia "suggestiva"); un fatto istituzionale che postula il capitalismo e i suoi stati di crisi successivamente alla fase in cui il regime liberal-capitalista si è visto costretto (dallo stesso sviluppo economico determinato dai suoi metodi produttivi e dal conseguente acuirsi del conflitto distributivo relativo a tale crescita), a concedere il suffragio universale. 
In questo senso è l'interpretazione dei due massimi esponenti del pensiero marxiano in Italia, e tra i più noti e accreditati al mondo, e che, in aggiunta (elemento impossibile da trascurare), sono stati altresì testimoni diretti della nascita e dello sviluppo del fascismo: Gramsci e Basso.

IV. Quando il controllo istituzionale, cioè politico-statuale, del regime capitalista viene sottoposto a uno stress eccessivo, a causa della difficoltà di controllare gli esiti del processo elettorale a suffragio universale, il capitalismo vede posto in pericolo il prediletto gold-standard (considerato il baricentro dell'assetto conservativo allocativo-efficiente del potere economico-sociale), e ricorre:
a) all'autoritarismo poliziesco, all'imperialismo militare, e/o a varie combinazioni tra i due- prima anima capitalista: finanziaria e bancocentrica;
b) ovvero a vari cedimenti a forme istituzionali che cerchino di conciliare la democrazia liberale, cioè oligarchica, (che controlla il processo elettorale con metodo idraulico) con una certa mobilità sociale, essenzialmente legata a varie forme di welfare pro-labor: quel tanto che basta per scongiurare la rivolta di massa o, peggio, la rivoluzione organizzata del mondo del lavoro - seconda anima capitalista, talora prevalente, come nel New Deal post '29, protezionista, industrialista e anti-finanziario, e, peraltro, sempre con la riserva mentale della possibilità di riprendersi quanto "ingiustamente" concesso al fattore lavoro, (magari dopo una guerra che dia soluzione agli altrimenti insolubili problemi di insufficienza della domanda aggregata e di sotto-occupazione, laddove si ritenga irrinunciabile mantenere la democrazia formale e lo Stato "liberale").

V. Nei sensi appena precisati, il fascismo è un fenomeno storicamente connotato: uno strumento di default del capitalismo, come ci dice inequivocamente von Mises, cfr; p.3 (uno strumento sempre concepito come temporaneo: come già nel caso alternativo del New Deal - e della mobilità sociale e del welfare non "caritatevole"); sottostante ad ogni forma di fascismo, dalla Marcia su Roma a Pinochet (e pur nelle evidenti differenze di presupposti economici strutturali, e di utilizzo della sovrastruttura ideologico-suggestiva, dei vari fenomeni di conservazione autoritaria) c'è sempre la riserva di riprendersi il pieno controllo dello Stato, mettendo da parte il "partito unico" o la "giunta militare" ed evitando l'effetto pretoriani. Lo "strumento di default", infatti, tende sempre a deragliare, agli occhi dei capitalisti che gli danno il via libera, in una violenza considerata negativamente (soltanto) perché non essenzialmente mirata a reprimere le istanze di partecipazione al potere economico della massa dei "subalterni" (da cui la contingente disponibilità "finale" a fare concessioni anche della "prima" forma di capitalismo, quando sia messo alle strette dall'orrore culturale per gli eccessi ideologici incontrollabili, in quanto autonomi, di quello stesso totalitarismo che gli è intrinsecamente congeniale). 

VI. Detto questo, passiamo a riportare una serie di interessanti commenti di Bazaar in "libera uscita" su blog degli amici di Sollevazione
Come tutti dovrebbero sapere, Bazaar non abbraccia alcuna ideologia marxista: egli muove dal condividere la scientificità (etica) del metodo marxiano come il più efficace, dal punto di vista fenomenologico, a risolvere il problema politico perenne del conflitto sociale tra capitale e lavoro (in modo che, effettivamente risoltolo, ciascun essere umano possa dedicarsi a ben altri problemi che quelli della fame, della disoccupazione e della "scarsità di  risorse" e possa perciò esprimere le sue piene inclinazioni per la "conoscenza", manifestate non solo sul piano della dignità, non più contestabile, di qualunque attività lavorativa egli svolga, ma, forse ancor più, nella sua connessione con lo Spirito e l'Intento della condizione umana: essere avvolto nel mistero della nascita, dell'esistenza e della morte). 
I commenti in questione sono emendati di talune parti e arricchiti da qualche link (per i non attenti o i nuovi lettori) e li ho numerati per dare allesposizione un format consueto (allo "stile" di questo blog):

1. « Ci sarà infine qualche cretino che griderà al complotto di qualche servizio segreto per favorire XYZ nelle urne. »

Io sono uno di quei cretini.

Ora, non mi aspetto che chi non abbia capito nulla di ciò che è successo negli anni'70 in Italia lo possa capire ora. È inutile citare la Cox come è inutile spiegare perché Marx sostenne il conservatore Lincoln. Ovvero è inutile spiegare le due anime storiche del capitalismo che, nella loro dialettica, offrono delle opportunità all'avanguardia democratica che per struttura, in condizioni normali, ha pochissimi spazi politici.

Ciò da cui non ci si può astenere, però, è lo stigmatizzare l'antimarxiano muoversi per appartenenza, acritico ed incosciente.

Ma che diavolo sarebbe 'sta fava di "antifascismo", fuori dalla reale concretezza della situazione storica, che viene sbandierato da generazioni di socialisti falliti?

La Costituzione è antifascista in quanto socialista. E si richiama all'antifascismo in quanto si rifà alla comunione di intenti della concreta situazione storica della Resistenza. Punto.

Ora: l'anima "nera" non è quella del "fascismo". È quella del capitalismo. Giusto?

Il socialismo nasce come anticapitalismo. Non nasce come un "antifascismo" fuori dalla storia.

Ora il capitalismo si è riproposto nel suo totalitario liberalismo ottocentesco: cosa facciamo? Continuiamo a fare gli "antifascisti" al servizio del capitale?

I democratici sono socialisti, ossia anticapitalisti: non sono né di sinistra né antifascisti che, guarda un po', trovano eco in organizzazioni tipo "Antifa" che sono TUTTE infiltrate se non direttamente finanziate dal grande capitale liberal. Così come certe formazioni di "estrema destra" come Forza Nuova.

La verità è che l'Internazionale dei lavoratori nasce in ottica anti-immigrazionista e nazional-indipendentista (qui, p.4): a farlo ora ci sono partiti e movimenti senza cultura socialista e democratica che si sono storicamente rifatti a regimi conservatori.

La responsabilità è di chi si propone come "intellettuale socialista" e continua a ragionare come la sinistra nata dal Sessantotto... ossia la sinistra neoliberista.

2. Signori, dando per assodato che conosca come la vostra posizione si distingua dal resto del pensiero di sinistra reazionario, il mio intervento è volto a criticare ciò che non considero una sufficiente presa di distanza radicale dall'antifascismo neoliberale.

Il motivo è banale: l'antifascismo degli ultimi decenni - se non di gran parte dell'intero dopoguerra - ha fallito nel suo compito di portare coscienza alle masse. Ossia ha, nell'evidenza che ci circonda, perso politicamente.

Non so se ho "cileccato", ma l'origine della mia critica è quella che ho riportato in testa al mio commento.

Poiché condividiamo una comune coscienza democratica, ossia nazionale e di classe, probabilmente converrete con me che il fascismo, storicamente, è stata una delle tante maschere del capitalismo.

Se questo è condiviso, dovrebbe essere anche condiviso che la maschera fascista, ossia al di fuori dalla Storia, è in se stessa un finto bersaglio.

Di conseguenza, qualsiasi antifascismo astorico, che si rifà ad una qualche essenza morale, antropologica, del fascismo (come quello dei Wu Ming che si chiedono come mai il loro tweet viene retuittato dai bot...), è necessaria per creare una (falsa) dialettica con lo spaventapasseri del fascismo: questa finta dialettica è quella che negli anni '70 è stata chiamata "strategia degli opposti estremismi", "strategia della tensione", da una parte fondata sulla neoliberistica equiparazione di comunismo e nazifascismo come opposti totalitarismi e, in cui, i liberali sarebbero i democratici al posto dei socialisti, dall'altra creando un divide et impera, una semi-guerra civile che ha distratto dall'unico e vero - a anche per motivi filologici - nazifascismo (qui, p.2): quello di Hallstein e dell'eurounionismo, dell'imperialistico diritto comunitario, federalista e liberoscambista.

Il liberoscambio (qui, pp. 1-3), quello che i nazisti provarono ad imporre con i panzer, come ben sapete, postula la libera circolazione dei capitali, dei beni e delle persone.
Come da tradizione del più grande Instrumentum Regni mai inventato - il cristianesimo - questo autentico atto politico volto a segmentare e a distruggere qualsiasi coscienza nazionale e di classe - quello dell'immigrazione e della tratta degli schiavi - necessita di questo moralismo peloso: che si chiami razzismo, xenofobia, fascismo, sessismo, omofobia, islamofobia, stagranfavafobia, si tratta sempre e solo di moralismo volto a sedare qualsiasi reazione patriottica e di classe e, dall'altra, far montare irrazionale panico livoroso in chi vede il pericolo di questi fatti sociali ma non ne comprende le cause ed i fini.

Usare già il termine "xenofobia" è già usare le categorie del nemico.

Tutti hanno paura del "diverso", in qualsiasi sua accezione (qui, pp. 5-8): è banale psicologia.
Tutto ciò che è volto a colpevolizzare i sentimenti che NON si possono NON provare (qui, pp.5-7.1.)è clericale pratica dell'Instrumentum Regni
.  

3. Per creare questa finta dialettica, sezionalizzante e distraente dal conflitto di classe e dall'imperialismo, la longa manus del capitale - di cui i "servizi" che non rispondono allo Stato sono, da sempre!, storicamente parte - può creare casi di cronaca. La coincidenza del fatto di Macerata con quello della povera Pamela è troppo evidente per tacciare chi ci vede una manovra politica dietro di essere un "cretino". Assomiglia troppo alla strategia della tensione.

Non si può non pensare a cosa sia successo dopo Rimini, o alla Cox, o, per altri motivi ancora, cosa sia successo a Bologna, o dopo Ustica.

Poiché ciò che argomento mi pare organico e coerente a tutti i livelli di chi prova a ragionare con il "materialismo dialettico", non può vedere una certa precomprensione a questi fatti di cronaca dovuti a motivi di antimarxiana "appartenenza".

Ora, il livore montante per il panico dovuto all'immigrazione è assolutamente preoccupante, da temere la guerra civile e il tipico utilizzo - tanto stigmatizzato da Marx ed Engels - del sottoproletariato come esercito reale per opprimere le masse di lavoratori, di disoccupati ed inabili.
Sono intervenuto a gamba tesa anche tra i "sovranisti" per criticare l'eccesso di identitarismo e l'uso di toni che si possono rivelare controproducenti, non solo per motivi coscienziali, ma anche per l'uso che ne può venir fatto dai vari panzer del politicamente corretto. Politicamente corretto, liberal, che, basti vedere i sussidiari delle scuole elementari, sappiamo essere ingegneria sociale totalitaria.

Ora, o ci si smarca da quel branco di socialisti inutili che Marx ed Engels avrebbero preso a calci nel sedere come i Wu Ming, che non fanno che amplificare la propaganda dei Saviano e dell'oppressione finanziaria, oppure in Italia non rimane veramente più nulla; manco uno scampolo di coscienza.

Io vi voglio bene: ma qui il terzo non si può dare: o a Macerata si vede un innesco volto alla strategia della tensione (di cui i fini elettorali sono ovvi), oppure non lo si vede e si dà a chi la pensa così del "cretino".

Una delle due posizioni fa cilecca. Per carità, è dialettica ma, come ho argomentato, è basata sulla coscienza di "fondamentali": non sono sicuro di aver fatto cilecca io. 

4- Un post scriptum, per massima chiarezza e tentare un Aufhebung volto a grattar via decenni di quella che io credo essere falsa coscienza sedimentata: quello che il capitale trasnazionale teme non è un partito socialista, per il semplice fatto che non esiste proprio più il pensiero socialista, ovvero il pensiero democratico.

Quello che il capitale cosmopolita e mondialista, difeso dai Toni Negri e dai Saviano, teme ora, è la crescita di partiti conservatori nazionalisti che si mettano di traverso alla nuova feudalizzazione voluta dal cosmopolitismo borghese: quel nazionalismo rappresentato dai Putin, dagli Orban, dalla Regina d'Inghilterra (vedi la sua posizione sulla Brexit) o dai Trump: questo nazionalismo che ama l'identitarismo della tradizione e che protegge gli interessi del capitalismo industriale; v. Main Street Vs Wall Street, v. il repubblicano Lincoln, erede della tradizione "hamiltoniana" volta allo sviluppo industriale tipicamente nordista contro il partito liberale sudista, filo-britannico, liberoscambista e schiavista.

Voglio dirvi che il cieco è colui che non si accorge che il totalitarismo fascista è già tra noi, e l'autoritarismo è già prossimo a venire, basti vedere le leggi per la censura, in preparazione pre-bellica.

Il cieco è colui che non vede che l'antifascismo è sventolato per non permettere partiti antiliberisti - perché l'immigrazionismo, come sapevano i comunisti, è liberismo applicato al lavoro-merce- di acquisire consenso e di portare coscienza nazionale.
Coscienza nazionale che, piaccia o meno, è propedeutica alla coscienza di classe.

Ragionare per "amici e nemici", in modo ideologico e non strumentale rispetto alla concretezza del momento storico, lo considero più schmittiano che marxista.

Se mi sono spiegato bene, si arriva alla conclusione che è facile che Marx, come sostenne il borghese Lincoln, oggi sosterrebbe i vari Putin ed Orban, e tutti i partiti conservatori ma nazionalisti e "statualisti", perché non ragionava per appartenenza, ma, come Lenin più avanti, ragionava in modo dialettico sulle opportunità che le contraddizioni del capitalismo riserva imprevedibilmente.  

"...Getto la casacca da appassionato bassiano e mi cimento in quella
meno partigiana del "fenomenologo".

Ora: se il "razzismo" è stata una sovrastruttura dell'imperialismo, ovvero una proiezione classista per far collaborare i ceti subalterni nella colonizzazione di nuovi mercati, l'allarme "xenofobia" con cui il "razzismo" è stato ribattezzato, ha il significato *non marxista*, ma LIBERALE, di MORALISTICA inclusività del "diverso" che nulla ha a che fare con l'inclusività SOCIALE, che permette la piena partecipazione di tutti i lavoratori alla cosa pubblica tramite la socializzazione del potere economico e politico.

Il moralismo liberale è il "nuovo" clericalismo laico.

Io rimango con Marx ed Engels: il sottoproletariato è un nemico di classe.

Vanno stigmatizzati i tipici stereotipi razzisti da parte dei conservatori perché portano falsa coscienza. Ma dell'educazione politicamente corretta non me ne può fregar di meno.

Poiché credo che tutti gli uomini siano uguali nella sostanza, me ne batto di quella roba ipocrita che fa la sinistra da decenni: la liberale e clericale sussidiarietà verso "i deboli".

Deve ritornare il concetto di solidarietà: nazionale e di classe.

Gli immigrati vanno fermati: soprattutto se arrivano dall'Africa o dal sudest asiatico. È l'abc del socialismo: questi sono lavoratori senza un minimo di coscienza sindacale. Non divengono generalmente "compagni" neanche quando emergono dal sottoproletariato.

C'è un'esperienza secolare dei marxisti statunitensi su questo tema (qui, p.5).

Gli infiltrati neofascisti fomentano solo conflitti sezionali in una società artificialmente segmentata per evitare lotte di emancipazione di classe e anti-imperialistiche.
Non solo Bordiga, che diceva certe cose da un particolare punto di vista, ma anche Basso stigmatizzava già certe categorie di lotta nel primo dopoguerra.

È inutile fare dei distinguo nominalistici sull'antifascismo: l'antifascismo, per come viene "ermeneuticamente" inteso, significa antiautoritarismo, inclusività sussidiaria (moralismo di formale antirazzismo che rivela dei sostanziali pregiudizi di carattere razziale). Lotta per la libertà delle minoranze...Che framework concettuale ed ideologico è?

L'antifascismo è PURO LIBERALISMO. È patente neoliberalismo piccolo-borghese.
L'antifascismo è un neoliberale frame divisivo per non permettere resistenza.

Il confronto con i partiti conservatori deve rimanere ESCLUSIVAMENTE sui contenuti economico-sociali.

L'identitarismo nazionale conservatore, in quanto propedeutico all'identitarismo di classe, va sostenuto. La sinergia sui contenuti di indipendenza nazionale e di difesa dello Stato sociale va ricercata.

Va condiviso il conservatorismo culturale da opporre al sorosiano e nazista modernismo reazionario. E ovviamente va condiviso lo sforzo su quegli obiettivi propedeutici al progressismo sociale.

In sintesi? Io chiamerei leghisti e "destre sociali", in questo frangente politico, "socialisti che non sanno l'economia" [NdQ: probabilmente Bazaar concorderà con me che, in una riflessione non contingente e frettolosa, Lega e destre sociali siano fenomeni geneticamente non assimilabili: in particolare la Lega è un movimento federalista e liberale, senza alcuna aspirazione, fino ad oggi, a connotarsi come "socialista". Un fenomeno di "destra economica" vicino alla seconda anima del capitalismo. Quindi, anche potendo prescindere dai suoi attuali, contingenti, e prestigiosi, esponenti "economisti", a noi ben noti, non può essere tacciata di "non sapere l'economia"; quanto, semmai, di...non preoccuparsi della storia dell'economia e dei meccanismi causali, tutt'ora in atto, che essa segnala].

Il materialismo dialettico porta a questo: è lo studio dell'economia politica che fornisce le categorie per dividere schmittiamente gli amici dai nemici nel concreto momento geostorico.

Tutto il resto è moralismo reazionario.

Un abbraccio!

mercoledì 14 febbraio 2018

KALECKY E LA (VERA) PIENA OCCUPAZIONE IMPOSSIBILE...SENZA (VERA) SOVRANITA'


http://m1.paperblog.com/i/259/2599869/afirman-haber-encontrado-carabela-santa-maria-L-4w5uKT.jpeg

1. Ci siamo imbattuti in un'interessante questione storico-politica e, naturalmente, economica, sollevata in questo scambio di tweet:



2. Anzitutto per poter porre complessivamente la questione in questi termini (cioè estesi all'ipotesi formulata nella risposta), occorrerebbe che fossero attualmente riconoscibili una serie di presupposti di fatto, politico-economici, di non secondaria importanza, considerata l'attuale situazione italiana (di accentuata e irrinunciabile de-sovranizzazione, persino caldeggiata nella sua ulteriore accentuazione), e cioè:
a) che esistano delle classi dominanti ancora italiane, o, quantomeno, tali per cui  l'italianità delle stesse rivesta tutt'ora un ruolo decisionale autonomo nella formazione di un indirizzo politico sostanzialmente predeterminato, da decenni, nell'alveo delle istituzioni Ue e, più precisamente, dell'eurozona (essendo l'appartenenza a quest'ultima, un aspetto preponderante rispetto alla determinazione dell'indirizzo politico, come abbiamo visto più volte e, funditus, in questo post):
b) che sussistano elementi manifestati, dinnanzi all'opinione pubblica - e quindi tracciabili in sede mediatica - di una tale volontà, da parte di una classe dirigente nazionale (effettivamente titolare del potere decisionale);
c) che, data una (difficile) risposta positiva ai primi due quesiti, il concetto di piena occupazione inteso (da tale classe dirigente) sia quello, - suggerito nel tweet di risposta mediante un link esplicativo-, definito nel ben noto scritto di Kalecky, anch'esso qui molte volte citato.

3. Tale scritto espone una tesi che, - sotto il profilo qui rilevante (l'articolo di Kalecky tratta in effetti di una molteplicità di problemi politico-economici relativi al modo ed alla "misura" in cui l'intervento statale possa determinare il pieno impiego, evitando effetti inflazionistici)-,  può riassumersi, a sua volta, in due proposizioni: 
i) pieno impiego, secondo Kalecky, è quella situazione in cui il licenziamento cessa di essere una misura disciplinare (onde l'offerta di lavoro trova un'immediata "domanda", anche in caso di pregressa cessazione del rapporto determinata dall'esercizio di qualsivoglia tipologia di potere negoziale di recesso da parte del datore; id est; una situazione di assenza anche della c.d. disoccupazione "frizionale");
ii) che la situazione del mercato del lavoro di "pieno impiego" sia tale da condurre i capitalisti ("gli uomini d'affari"), alla seguente, ed apparentemente paradossale, preferenza.

3.1. Ecco come questa preferenza ci viene descritta da Kalecky:
"E’ vero che i profitti sarebbero più elevati in un regime di pieno impiego di quanto sono in media in una condizione di laisser-faire; e anche l’incremento dei salari risultante da un più forte potere contrattuale dei lavoratori è più probabile che incrementi i prezzi anziché ridurre i profitti, e danneggi così solo gli interessi dei rentier.
Ma la “disciplina nelle fabbriche” e la “stabilità politica” sono più apprezzate dagli uomini d’affari dei profitti (ndQ.; poco prima K. precisa: "Abbiamo considerato le ragioni politiche dell’opposizione contro la politica di creare occupazione con la spesa del Governo. Ma anche se questa opposizione fosse superata -  come potrebbe benissimo essere superata sotto la pressione delle masse - il mantenimento del pieno impiego causerebbe cambiamenti sociali e politici che darebbero un nuovo impulso all’opposizione degli uomini d’affari").
Il loro istinto di classe gli dice che un durevole pieno impiego non è sano dal loro punto di vista e che la disoccupazione è una parte integrante di un normale sistema capitalista".
Ne discende, che, data questa preferenza, - che secondo Kalecky corrisponde ad un un principio “morale” della massima importanza-, laddove appunto sia garantita la predominanza politico-istituzionale dell'etica capitalista,  come in effetti accade oggi in Italia in virtù dell'azione pluridecennale del vincolo esterno €-monetario,  per rentiers e uomini d'affari, è il concetto di "piena occupazione" ad essere diverso da quello descritto da Kalecky.

4. In particolare, tra il concetto keynesian-kaleckiano di "pieno impiego" e quello neo-liberista attualmente recepito dai trattati €uropei, nell'ormai noto art.3, par. 3 del TUE (qui, p.1, ex multis), esiste una differenza fondamentale (che pone capo a due diverse concezioni della società e del welfare), tale che essi possono essere accomunati solo nel "nomen" ma nella sostanza risultano essere  "due concetti diversi e incompatibili di "piena occupazione".
Ed infatti, per la visione propria del monetarismo e della neo-macroeconomia classica, (recepita appunto nei trattati), la piena occupazione è solo quel livello di occupazione compatibile con il prioritario mantenimento del tasso di inflazione preordinato alla stabilità dei prezzi (cioè assenza di variazioni significative dell'inflazione stessa), e strumentale al mantenimento della stabilità finanziaria, e quindi monetaria, cioè alla preservazione della moneta unica. Questa stabilità finanziaria come condizione di mantenimento della moneta unica, a sua volta giustificativo del sistema dell'aggiustamento per via fiscale, è perfettamente descritto da Draghi; qui, p.1
Da cui, nel quadro €uropeo di "piena occupazione", si manifesta il concetto precettivo di NAIRU, cioè di alta disoccupazione strutturale, considerata tuttavia "piena" in quanto...non inflattiva; concetto di per sè in contrasto con gli artt. 1, 4 e 36 della nostra Costituzione; cioè col diverso modello keynesian-kaleckiano, e kaldoriano, in essa normativamente recepito.

5. Svolte queste premesse, nell'attuale assetto politico-istituzionale, determinato dalla prevalente volontà della classe dirigente italiana di permanere nella moneta unica, possiamo riassuntivamente rispondere alla sequenza di domande poste all'inizio di questa analisi (e aggiungere altre considerazioni coerenti con questo quadro). 
Una classe dominante italiana, in senso economico, è probabilmente tutt'ora operante.
L'assetto sostanziale dei rapporti di forza sociale risultante da tale azione, si può tendenzialmente assumere come "costituzione materiale"; almeno, come vedremo, nel senso inteso da Mortati. Dunque non in quello di una piena legittimità normativa sopravvenuta di tale assetto, cioè con la compiuta e definitiva riducibilità de facto della Costituzione formale a mera"costituzione programmatica", o addirittura "aperta" (cfr; Mortati, "Istituzioni.." vol.1, pagg. 36 e 37). Almeno stando a quanto chiarì Calamandrei: qui, p.3
Certo, tale tendenziale "costituzione materiale" è nel senso di un controllo istituzionale da parte di questa classe di  "timocrati" (la confessione di De Benedetti nei verbali Consob, ne costituisce probabilmente la forma più esplicita e avanzata di autoaffermazione pubblica, persino più forte della storica dichiarazione di De Gasperi). 

6. Diverso discorso, invece, riguarda la "classe politica" (cioè quella preposta formalmente alle istituzioni di vertice costituzionalmente previste, ed individuata in apice dal processo elettorale): l'affermazione di una costituzione materiale neo-liberista, per prevalente e crescente azione del "vincolo esterno", esclude che si possa parlare di una classe politica ancora istituzionalmente dedita alla formazione di un indirizzo economico-politico indipendente e costruito sull'interesse nazionale, quantomeno nella sua definizione risultante dalla Costituzione del 1948. 
Ma, a ben vedere, questa subordinazione all'€uropa, è il frutto della preventiva affermazione di quella stessa costituzione materiale (come in effetti suggeriscono le "memorie" di Carli, qui, p.6, e la ricostruzione di Graziani), cioè dei rapporti di forza socio-economici, che viene a consolidarsi istituzionalmente nei trattati europei, fin dalla loro origine: siamo indubbiamente di fronte a un processo circolare, per cui la forza interna della timocrazia finanziaria-capitalistica (qui, p.7), detta la crescente desovranizzazione alla classe politica nazionale, - proponendosi fin dall'inizio come strumento privilegiato di contrasto del "comunismo"- ma in realtà propugnando, sempre ab initio, la restaurazione dell'ordine internazionale del mercato.

7. Volendo sintetizzare una risposta proprio alla questione considerata all'inizio, è evidente che, dato l'assetto timocratico e "antisovrano" attuale, il concetto di piena occupazione in senso kaleckiano sia fuori questione, come possibile obiettivo contemplato dalla classe dirigente nonché dalla classe politica di gran lunga prevalente.
Persino la rivendicazione di sovranità compiuta al di fuori di una consapevole enunciazione di voler mutare l'assetto costituzional-materiale sopra descritto, non genera una traiettoria incompatibile con l'impulso primo del processo che vede nella costruzione €uropea e nella moneta unica uno strumento potente di riassetto sociale, ma pur sempre uno strumento (tra i vari disponibili). 
8. In particolare, manca l'idea stessa, culturale e programmatico-politica, che la disciplina del mercato del lavoro debba essere funzionale al pieno impiego in senso kaleckiano (v. sopra), e non invece subordinata all'interesse supply side: cioè di una parte per definizione prevalente, e che viene considerata formalmente equiparata all'interesse del lavoro, in un'accezione di eguaglianza formale di tipo paracorporativo.
Dunque, si manifesta attualmente (in modo più o meno politicamente consapevole) un'ipotesi in cui, un certo tipo di "sovranismo", non risulta dissimile da quella impostazione neo-corporativa che ha contraddistinto autonomamente il modello tedesco (e austriaco, ad esempio), come ben evidenzia Eichengreen nella sua "Nascita dell'economia europea" (qui, pp.2-3); cioè un modello già capace di vita propria nell'ordoliberismo adottato a livello nazionale, e che venne successivamente trasposto come principio ispiratore della costruzione europea, passando per l'Atto Unico e Maastricht. 
La posta in gioco, naturalmente, è la creazione di quella riaffermazione di potere, contrabbandata come "efficienza allocativa" che riproduce il lavoro-merce.

9. Dunque: la vicenda del fascismo non è analogicamente ricorrente, nei suoi elementi essenziali storicamente individuabili, nella situazione attuale. 
Concordo con Massimo D'Antoni su questo punto fondamentale: non esiste una torsione "verso sinistra", cioè verso gli interessi del lavoro e verso la socializzazione del potere politico-economico, che possa indurre la classe dirigente "materiale", la timocrazia, a utilizzare un movimento politico in funzione di sedazione e neutralizzazione violenta di una tale evoluzione politica.
Neppure, abbiamo visto, i titolari degli interessi prevalenti all'interno dei stessi rapporti di forza strutturati nella nostra società hanno motivo, ed urgenza (almeno allo stato attuale), di rinunziare al concetto "neo-classico" di piena occupazione (e di stabilità dei prezzi, connessa al rigido controllo della dinamica salariale cui è funzionale l'attuale, e praticamente incontestato, assetto normativo del rapporto di lavoro). 
E naturale corollario di ciò è che neppure hanno ragione, tali stakeholders dominanti, di rinunziare al complemento di tale assetto: cioè lo smantellamento progressivo del welfare, cioè di sanità (salario indiretto) e pensioni (salario differito) pubbliche, assunti come deprecabili elementi di "resistenza" dei lavoratori (sia pur disoccupati e precarizzati) alla flessibilità competitiva del mercato del lavoro.

10. E se, quindi, non ci sono i presupposti per un interesse conservatore analogo a quello che incarnò la promozione e l'appoggio all'instaurazione del regime fascista (proprio per l'assenza di una sinistra in senso "economico", cioè socialista e non cosmetico-globalista), non v'è, attualmente, neppure luogo per uno scambio tra "piena occupazione" e preservazione autoritaria dell'ordine sociale.
Quest'ultima prospettiva, in realtà, è più adatta a descrivere l'avvento del nazional-socialismo: cioè, come abbiamo visto in questo e quest'altro post, un "ribaltamento" della forma di Stato (da liberale a totalitario) conseguente ad una fase di applicazione delle politiche neo-classiche di austerità e pareggio di bilancio come reazione pro-ciclica (efficiente-allocativa) conseguenti ad una crisi economico-finanziaria. 
La "piena occupazione" di Hitler era un obiettivo al quale proprio l'uso dello strumento militar-poliziesco, consentì di risultare pienamente compatibile con la prosecuzione di una politica di salari reali sostanzialmente inferiori alla crescita nominale della produttività, e anzi, improntata all'imperativo "popolo tedesco esporta o perirai!", unita alla mai avvenuta rinuncia al gold standard, accompagnata alla (sola) espansione della spesa pubblica in riarmo ed al simultaneo crescente uso di lavoro forzato schiavile in danno delle minoranze invise all'ideologia di facciata del regime.
11. Un'ideologia che, realisticamente, si può definire sovrastrutturale, perché comunque ben attenta all'equilibrio dei costi del processo produttivo consentito da questo sfruttamento disumano, combinato con la stagnazione salariale, e dei consumi interni (cfr.; pp.3-5), instaurativi di un'economia  mercantilisca funzionale ad una "di guerra" a carattere imperialista.
Insomma, il trade-off "piena occupazione" (a salari costanti) vs. "disciplina nelle fabbriche" (ottenuta tramite la...Gestapo), in uno sforzo commerciale e militare di espansione verso l'esterno, non risulta attualmente all'orizzonte del panorama culturale e politico italiano.
Ma ancor più certamente, non lo è neppure lo schema "neutralizzazione della piazza operaia" vs. "accettazione di un sacrificio del principio rappresentativo elettorale" pur di avere la "governabilità".
Oggi, la governabilità e il sacrificio della rappresentatività elettorale (delle classi lavoratrici), non hanno bisogno dell'autoritarismo poliziesco statalizzato e del "partito unico" per essere preservati. Basta la profonda interiorizzazione di massa (ovvero "proiezione identificativa degli oppressi") della propaganda pluridecennale in cui è consistita la "rivoluzione liberale". 
Certo, fuori dalla moneta unica questo controllo propagandistico perderebbe molta della sua efficacia (fondata sul ricatto della paura): ma le conseguenze di una tale perdita sono ben lungi dall'essere potenzialmente in atto. 
Cosa potrebbe accadere in questa futura evenienza, peraltro, è un futuro tutto ancora da scrivere. Ed in definitiva, dipende dalla potenziale riemersione della coscienza politica della classe lavoratrice nazionale...cioè della sovranità democratica costituzionale